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Sogni e Psicologia Archetipica. L’eco degli Eterni.

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Iniziamo. I sogni in psicologia archetipica:

<<Iniziamo nel mondo della veglia, che gli umani insistono nel chiamare “il mondo reale”, come se i sogni non avessero effetto sulle decisioni che prendete. Voi mortali pensate al lavoro, agli amori, alle guerre, come se la vita da svegli fosse tutto ciò che conta.
Ma esiste un’altra vita che vi attende quando chiudete gli occhi ed entrate nel mio reame, perché io sono il Re dei Sogni e degli Incubi.
Quando il mondo della veglia vi lascia svuotati e stanchi, il sonno vi porta qui, a trovare libertà e avventura,
ad affrontare paure e fantasie e sogni e incubi che io creo e che devo controllare, sicché non vi consumino e distruggano. Sono questi il mio scopo e la mia funzione. O lo erano, finché non ho lasciato il mio regno per inseguire un incubo ribelle…>>

(Morfeo, The Sandman)

Parola del Re dei Sogni:

È così che si presenta agli spettatori Morfeo, protagonista della serie “Sandman”, uscita questa estate. Un adattamento cinematografico, nato dalla mente prolifica di Neil Gaiman, perfettamente in grado di suscitare non poche riflessioni in chi, masticando un po’ di analisi dei sogni, è disposto a porsi nei suoi confronti con un occhio “alternativo”. Un occhio allenato a intrufolarsi tra le pieghe del reale e a vedere in trasparenza.
Iniziamo, allora, proprio dal titolo, e dal soprannome di questo mirabile e altero personaggio. Sandman. Letteralmente: l’uomo della sabbia. Una figura folkloristica responsabile dell’addormentamento delle persone (bambini soprattutto), procurato proprio soffiando sui loro occhi della sabbia.

La sabbia, tra folklore e realtà:

Come spesso accade per molte leggende, però, anche questa sembra derivare da un fondo di esperienze quotidiane. Quello del sandman era, infatti, un vero e proprio mestiere (a oggi scomparso) specializzato nella pulizia dei pavimenti. Si tratta dello stesso meccanismo attuato nelle macellerie con i trucioli di legno o con la segatura. Il sandman gettava a terra della sabbia e, grazie al suo potere abrasivo, procedeva a eliminare ogni singolo residuo della giornata. Facendo tornare il pavimento lucido come uno specchio. Nulla di poi così dissimile rispetto all’azione del sonno, o no? Ristorare, ripulire per ricominciare. Eliminare i residui del giorno per far spazio alla realtà del mondo notturno e dei sogni. L’accadimento psichico.
Ma non solo.

La sabbia, aspetto simbolico:

Oltre a quello della pulizia, alla sabbia leghiamo, infatti, almeno altri due aspetti: quello della transitorietà e quello della sottigliezza. Entrambi non difficilmente attribuibili anche ai nostri sogni.
Vediamoli insieme.
Non è mistero che, nell’antichità, i sogni abbiano sempre rappresentato un qualche tipo di messaggio divino. Erano frutto della volontà di un dio che, dalla propria posizione d’alterità, inviava a un prescelto suggerimenti sulle proprie ragioni o sul proprio logos. Pensiamo ai sogni biblici, ad esempio. Eppure esiste un caso, nella letteratura, in cui questo intervento “esterno” sembra venir meno. E il sogno appare come un prodotto proprio della psiche del sognatore.
Siamo nel canto XIX dell’Odissea e il racconto in questione è quello fatto da Penelope al marito Ulisse, ignorandone però l’identità.

Il sogno di Penelope:

Ma, dunque, senti e spiegami questo sogno:
venti oche in casa mi mangiano il grano,
uscendo dall’acqua, e io vedendole me ne rallegro.
Ma, scendendo da un monte, un’aquila grande, dal becco adunco,
spezzò a tutte il collo e le uccise; quelle riverse giacevano insieme
dentro la casa; l’altra al cielo sereno volò.
E io piangevo e singhiozzavo nel sogno,
e le Achive dai bei capelli si raccoglievano intorno a me,
che triste piangevo perché l’aquila mi aveva ucciso le oche.
Ma subito, tornando, quella si posava sul tetto sporgente,
e con parola umana mi tratteneva e disse:
‘Coraggio, figlia del nobile Icario; non è sogno,
ma visione reale che si avvererà:
le oche tuoi pretendenti e io ero aquila prima,
ma ora come tuo sposo legittimo sono tornato
e a tutti i pretendenti darò morte ignobile’.
Così diceva, e subito mi lasciò il dolce sonno…[1]

La transitorietà del sogno:

Si tratta di un sogno che, al di là dell’intrinseco significato, acquista importanza proprio per l’identità stessa della sognatrice. Penelope: una vera e propria “signora della transitorietà” che disfa tutto ciò che produce. Rendendo, di fatto l’immagine del suo lavorare diurno la tela speculare rispetto al lavorare notturno di un sogno. Una trama che si costruisce, bella e chiara, ma che, al risveglio cessa improvvisamente di essere.
In fondo è esperienza comune. “Dottoressa, ho sognato tanto, stanotte, ma non riesco a ricordare il sogno”. Oppure: “Dottoressa, stanotte ho fatto un sogno, ma ne ricordo solo un’immagine”. I sogni ci sfuggono dagli occhi, come sabbia asciutta dalle mani. E ciò che resta non può essere, allora, altro che un racconto. Come di quella volta che abbiamo costruito un castello sul bagnasciuga al mare e un’onda se l’è portato via. Un’immagine o un ricordo.
Forse. O forse no.

Tele che restano:

Non sempre, infatti, le trame scompaiono. Immagino che ognuno di noi abbia almeno un sogno ben vivido in mente. Si tratta di sogni che hanno colpito nel segno. E che, pur essendo fatti di sabbia, si sono strutturati dentro di noi rendendo la nostra immaginazione quasi materiale. Sembra un ossimoro? Lo è davvero. L’immaginazione che si fa materia. L’immagine che si struttura in modo così animato, da attivare un movimento più forte dentro di noi. Si tratta di sogni, spesso, che producono emozioni particolarmente intense. Incubi o immagini così strane e fuori dal pensabile che, inevitabilmente, ci restano attaccate agli occhi.

Sogno, parto psichico:

Il problema, però, è che sognare, in questi casi, è un po’ come partorire. Il prodotto dello sforzo psichico viene al mondo e ci resta accanto. E noi siamo chiamati ad accudirlo e prendercene cura, finché non sarà autonomo abbastanza da perseguire da solo il proprio destino. Ma (purtroppo o per fortuna) dimentichiamo proprio le sensazioni che ce lo hanno reso tanto importante. “Ero angosciato”. “Era così bello da lasciarmi di stucco”. “Ho provato una meraviglia talmente intensa…”, “è stato dolorosissimo”. L’impronta psichica resta, anche se la sabbia se ne vola via.
E, allora, prendiamo di nuovo a prestito le parole di Sandman e di Neil Gaiman:

Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere.
Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio.

Sabbia sottile, sostanza sottile:

In fondo è questo il bello (e il terribile) del costruire su un terreno così facilmente plasmabile.
La sabbia, come l’energia psichica, può prendere qualunque forma. Qualunque sembianza, persino quelle dei nostri cari. E dire, fare, illustrare qualsiasi contenuto interiore nel modo in cui è per noi più facilmente captabile o comprensibile. Come scrive Hillman, infatti:

Le figure delle ombre che incontriamo nei sogni non sono le persone vere (il livello oggettivo di Jung), e nemmeno sono la loro essenza caratterologica (il livello soggettivo di Jung), cioè tratti di me che posso integrare. Il mio fratello maggiore, al quale in un sogno confido la preoccupazione per gli affari di nostro padre, non è né il mio fratello oggettivo, reale, né i miei tratti pacati, responsabili, più vecchi della mia età che mi rendono pesante e lento. Il mio fratello del sogno, essendo ora un’ombra del mondo infero, è un eidolon, una forma puramente psichica[2].

Plasmare le forme:

Tale forza creatrice si riscontra nell’essenza stessa della sabbia che, oltre a essere multipla e sottile, trae origine dalla distruttività di rocce più grandi. Divenendo, di fatto, un simbolo dell’eterno processo di distruzione e rigenerazione. Tale collegamento, richiama, inoltre, quello con una materia che, attraverso l’azione dell’erosione, si assottiglia, fino a raggiungere una consistenza quasi impalpabile. Si tratta, dunque, di una sorta di metafora. Un parallelismo con la terra spirituale che, come afferma Hillman, dà sostegno pur non essendo materiale in senso stretto. Una base, quella terra che tocchiamo con la testa, così come i nostri piedi toccano quest’altra, la terra terrestre[3]. È in questo spazio, definito da Corbin come mundus immaginalis, che trovano fondamento i nostri voli di fantasia, le nostre idee e i nostri sogni.

Il sogno e la base poetica della psiche:

Il fondarsi della mente su questa terra sottile è ciò che Hillman, in varie occasioni, chiama anche «base poetica della mente». La coscienza, infatti, non è il prodotto di una materia cerebrale, della società, della sintassi o dell’evoluzione. Ma nasce come un rispecchiamento di immagini, un processo di poiesi in atto, la generazione spontanea di fantasie conformate. Ciò significa che ogni pensiero, ogni sentimento e ogni percezione (ma anche comportamenti, agiti, emozioni, creazioni) sono composti di immagini psichiche, e il mondo esiste soltanto in quanto noi siamo capaci di produrne un’immagine[4].

In principio è l’immagine…Prima viene l’immagine e poi la percezione; prima la fantasia e poi la realtà…L’uomo è in primo luogo un artefice di immagini e la nostra sostanza psichica è formata da immagini; il nostro essere è un essere immaginale, un’esistenza nell’immaginazione. Siamo davvero fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni[5].

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni:

È questa verità shakespeariana, alla base della Psicologia Archetipica, che permette di lavorare sulla psiche a un livello di profondità difficilmente raggiungibile diversamente. Se siamo, infatti, davvero intessuti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, allora vuol dire che ogni singolo aspetto di noi stessi o della nostra vita può esser letto e analizzato come un sogno. Liberando così la nostra coscienza da quella sottile e dura crosta di letteralismo (la roccia) che spesso ci impedisce di trasformare un qualsiasi avvenimento in un’esperienza profonda. E ritrovando, di conseguenza, oltre questo, il significato intrinseco che l’evento stesso ha o potrebbe avere per la nostra anima (la sabbia). Da qui l’invito di Hillman a lasciarci sedurre e forzare dalle immagini dei nostri sogni, piuttosto che forzare loro in concetti fissi e limitati. Attribuendo all’immaginazione la priorità assoluta sulle interpretazioni. E preferendo che sia il sogno a interpretare noi, piuttosto che il contrario.

L’approccio al sogno:

E da qui anche l’aspetto fondamentale che differenzia la Psicologia Archetipica da qualsiasi altra forma di psicologia. Sostenendo che il vero iconoclasta è l’immagine stessa, che frantuma la crosta dei suoi significati allegorici e libera nuove e sorprendenti intuizioni[6], Hillman propone dunque di lavorare col sogno, stando nel sogno. Riportando le immagini di cui è composto sul palcoscenico della psiche, da cui esse stesse originano. E adottando, nei loro confronti, un occhio puramente infero. È da questa prospettiva, infatti, che abbiamo l’opportunità di osservare le nostre catastrofi con una oscura saggezza che non si fa illusioni[7]. E che possiamo sviluppare una coscienza riflessiva (da reflexio = ripiegamento), in grado di scorgere le intermittenti configurazioni che stanno dentro la realtà fisica[8].

Le immagini dei sogni:

Secondo Platone (Sofista, 266c), le immagini dei sogni sono paragonabili alle ombre, “quando macchie scure interrompono la luce”, sicché noi vediamo una sorta di “riflesso”, “l’inverso della visione abituale”. Questa utile analogia ci presenta i sogni come macchie scure, le lacune del mondo diurno, là dove il mondo diurno si inverte o converte il suo senso in significato metaforico. Non si tratta semplicemente del mondo diurno replicato in una silhouette più sottile, bidimensionale. Come tutte le ombre visive, queste immagini mettono in ombra la vita, conferendole profondità e la luce riflessa e obliqua del crepuscolo: duplicità, metafora[9].

Il linguaggio umbratile del sogno:

Ecco, qui, che torna la sabbia come simbolo dell’assottigliamento della roccia. E della materia che si fa immagine. Le scene di cui sono composti i nostri sogni (ricordiamo qui che la radice della parola scena è molto simile a skia, “ombra”) non sono infatti altro che immagini nel senso di metafore[10]. Ombre che conferiscono profondità a un oggetto. Sono visibili, certo, ma solo a ciò che dentro di noi è invisibile, cioè alla psiche stessa che le ha originate. E alla sua funzione immaginativa.

Le immagini le percepiamo con l’immaginazione, o, meglio, più che percepirle le immaginiamo, perché con la percezione sensoriale non si possono percepire le profondità che non hanno estensione nel mondo dei sensi…Poiché il sogno parla per immagini, anzi, addirittura è immagini (questo significava oneiros in Omero), poiché sognare è produrre immagini, lo strumento che ci permette di ascoltare senza distorsioni non può che essere l’immaginazione. I sogni parlano dall’immaginazione all’immaginazione e soltanto l’immaginazione può rispondere alla loro chiamata.

Sogno e mito:

È in questa dimensione metaforica che il sogno si ricollega, infine, al mito e agli Eterni intesi come fantasie archetipiche. Come scrive Campbell in L’eroe dai mille volti, infatti:

Il sogno è la versione individuale del mito, il mito è la versione collettiva del sogno;
mito e sogno sono entrambi simbolici in quanto frutto della stessa dinamica della psiche.

Pensiamoci. Non c’illustrano, forse, i nostri sogni (come una manciata di sabbia) una psiche immaginabile come un panorama interiore popolato di immagini personizzate? Un universo policentrico[11] in cui convivono immagini di ogni forma? Ebbene i miti offrono il medesimo tipo di mondo. Anch’esso è policentrico, con uno spazio immaginale popolato di innumerevoli personificazioni.

Così come le immagini oniriche non sono semplicemente parole travestite -ben di rado sogniamo con parole o testi,
udiamo o leggiamo nei nostri sogni- neppure le antiche personificazioni dei miti sono dei concetti mascherati[12].

Sogno, eco degli Eterni:

Un tempo, spiega Hillman ne Il sogno e il mondo infero, gli antichi dèi erano il popolo dell’immaginazione. Tradotti come persone inafferrabili e impossibili da confrontare direttamente. Ma ora non sappiamo più distinguere tra fantasticheria arbitraria (fancy) e fantasia, tra immaginario, immaginativo e immaginale. E ci affanniamo inutilmente con la semantica concettuale dell’allegoria, cercando di incastrare l’immagine in una definizione univoca, limitante ma tranquillizzante. Non sappiamo più distinguere le persone dell’immaginale e discernere gli spiriti, quel sapere ormai ci è sconosciuto. Abbiamo perso la fiducia nella nostra immaginazione. E questo ha fatto sì che le immagini spontanee della nostra psiche (come i nostri sogni), iniziassero a sembrarci via via sempre più delle fantasie inattendibili. O comunque difficili da comprendere. Esattamente come gli dèi che ne rappresentano i contenuti psichici.

Recuperare il rapporto con la psiche:

Abbiamo dunque bisogno di riappropriarci di un io immaginale che si senta a proprio agio nel regno dell’immaginale, d’un io che possa intraprendere il compito principale oggi di fronte alla psicologia: la differenziazione dell’immaginale mediante la scoperta delle sue leggi, delle sue configurazioni e atteggiamenti di discorso e delle sue necessità psicologiche[13]
E cosa meglio del lavoro sul sogno e nel sogno per farlo?
In fondo, possiamo immaginare ogni nostro singolo viaggio psichico come un viaggio d’esplorazione dell’anima. Una possibilità di poter accedere direttamente a quell’enorme e infinità serbatoio di profondità che vive dentro di noi. Così come noi ci muoviamo e viviamo dentro di esso nei nostri sogni. Si tratta di una via d’accesso a una nuova comunicazione e a un “nuovo” mondo. Il mondo dell’anima.

Conclusioni, il pensiero di Hillman:

L’esplorazione del mondo psichico interno ci stimola a diventare naturalisti dell’immagine…, a distinguere i vari complessi, le loro caratteristiche e i loro comportamenti e a discernere tra i componenti del piccolo popolo. Tuttavia, non si tratta di disegnare carte e mappe dei cieli o di terre selvagge in vista di una futura colonizzazione…Il fatto straordinario dell’immaginazione è appunto la sua straordinarietà; per quanto la si possa conoscere, essa mantiene inalterata la sua capacità di sorprendere, di sconvolgere, di colmare d’orrore o di esplodere in una bellezza incantevole. Le distinzioni che facciamo nell’esplorarla non possono mai essere fatte da postazioni già note; anzi, l’esperienza stessa dell’immaginazione abbatte queste postazioni…

Avere questo rapporto con le immagini significa dar loro pieno credito…significa portare in tutto ciò che vediamo la prospettiva immaginale, la fantasia. Allora ogni cosa viene trasformata in immagini ricche di importanza, e alla luce di questo mutamento possiamo vedere in modo diverso anche noi stessi; vedere cioè che anche noi siamo fondamentalmente una composizione di immagini e che la nostra persona è la personificazione della loro vita nell’anima.

Conclusioni, il pensiero di Morfeo:

Tutti hanno un mondo segreto dentro di sé. Intendo tutti. Tutte le persone del mondo intero, intendo davvero ogni persona – non importa quanto siano sordi e ottusi in apparenza. All’interno poi hanno tutti inimmaginabili magnifici, meravigliosi, stupidi, fantastici mondi…Non solo un mondo. Centinaia di mondi. Forse migliaia.
(Neil Gaiman _ The Sandman, fumetto)

Dott.ssa Michela Bianconi

Bibliografia:

[1] Odissea, XIX, vv. 535-558 (VIII a.C)
[2] James Hillman, 1979, Il sogno e il mondo infero, Milano, Adelphi, 2003 pag. 79.
[3] J. Hillman, 1979, L’argento e la terra bianca, letto per la prima volta a un convegno e successivamente pubblicato in due puntate nel 1980 in Spring: An annual of Archetypal Psychology and Jungian Thought, pp. 21-48, e in Spring: An annual of Archetypal Psychology and Jungian Thought, pp. 21-66., ora contenuto in Psicologia Alchemica, Milano, Adelphi Edizioni S.p.A, 2013, pag. 170.
[4] C.G., Jung, 1954, Commento al libro tibetano della grande liberazione, in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino, 2002, p. 494.
[5] James Hillman, 1975, Re-visione della Psicologia, Milano, Adelphi edizioni s.p.a., 1983. Quarta edizione: novembre 2008.
[6] Ibidem, pag. 41.
[7] J. Hillman, 1979, Il sogno e il mondo infero, Milano, Adelphi, 2003, pag. 67.
[8] Ibidem, pag. 70.
[9] Ibidem, pag. 73.
[10] Idem.
[11] Cfr. J. Hillman, 1975, Re-visione della Psicologia, Milano, Adelphi edizioni s.p.a., 1983. Quarta edizione: novembre 2008, pag. 80
[12] Idem.
[13] Ibidem, pag. 86.

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