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“Alieni”, dentro e fuori di noi…

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Alieno, o semplicemente altro?

L’unica cosa che mi spaventa più degli alieni spaziali
è l’idea che non ci sono alieni.
(Ellen Degeneres)

La parola “alieno” ha un’origine ben più concreta delle stelle.
“Alieno” non indica ciò viene da un altro pianeta. Ma semplicemente “Altro”. “Altro” come tutto ciò che non conosciamo, come tutto ciò che crediamo non ci appartenga. È poi solo con il tempo che questo termine è finito, per estensione, col rappresentare tutto ciò che può essere definito “diverso” rispetto a un ambiente o a un contesto sociale, come se davvero fosse difficile ammettere che possa esserci qualcosa o qualcuno che, rispetto a una norma (sancita, poi, da chi?), guarda semplicemente da un’altra parte. In un altro modo. Qualcuno che approda al mondo da un’altra direzione…
Eppure ciascuno di noi è alieno a modo suo. Come afferma anche Carl Gustav Jung:

In ognuno di noi c’è un altro essere che non conosciamo.

Siamo tutti alieni…

Siamo alieni quando ci arrocchiamo nelle nostre convinzioni. Siamo alieni quando, persino messi di fronte a un’evidenza, persistiamo nel chiedere: “Chi? Io? Io non sono così. Io non faccio queste cose”. Siamo alieni quando ci poniamo dei veti con noi stessi, quando ci priviamo (anche se non sempre consapevolmente) della capacità di accogliere parti nuove e sconosciute di noi, perché in fondo ci spaventano, esattamente come chi, osservando il mondo con occhi diversi, offre l’opportunità di cambiare il nostro punto di vista.

Alieni dentro…

L’alieno è dentro di noi.
È l’alternativa autonoma, oscura e spesso incomprensibile, che giunge per mettere in dubbio le convinzioni di una vita, per sgretolare quel granitico convincimento su cui ci siamo seduti finora. È il mezzo che ci pone inesorabilmente dinnanzi alla parte sconosciuta di noi e ci costringe al confronto.
Accettarlo, vuol dire cambiare, acquisire una nuova creatività: un nuovo modo di vedere le cose.
Negarlo o squalificarlo è mantenersi nell’unilateralità, come all’interno di un teatrale occhio di bue.

Alieni fuori…

È questa l’importanza che ci veicolano “gli alieni” del mondo: coloro che definiamo, chissà forse inseguendo un immaginario dettato dall’efficienza e dalla produttività, dis-abili, senza considerare che, in realtà, non si tratta affatto di qualcosa che manca o che viene meno, ma semplicemente di un modo “alter”, alieno per l’appunto, di stare e approcciarsi alla vita: una nuova capacità di adattamento che veicola una ricchezza altrimenti invisibile. La parola “disabile” di fatti, pur essendo stata sostituita nella nomenclatura ufficiale con la più adatta “diversamente abile”, continua tutt’ora a persistere negli immaginari comuni, come un vecchio retaggio della nostra atavica paura del diverso e della diversità in generale. Una paura che, tuttavia, siamo sempre, ogni giorno chiamati a superare e a confrontare, per realizzare la pienezza del nostro essere.

Conclusioni:

Non bisognerebbe, dunque, guardare a ciò che gli altri, rispetto a uno standard, non possono fare. Bisognerebbe chiedersi sempre quali meraviglie possono apportare. E verso quali meravigliosi mondi possono aprire uno spiraglio. Del resto, per concludere, sempre citando Jung, non esiste una vera e propria normalità:

Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò per voi…

e ancora:

Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni.
La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza.
Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.

Dott.ssa Michela Bianconi e Dott.ssa Angela Paris

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