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Lo Schiaccianoci e il sogno di Natale. Penetrare nell’immaginazione.

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Lo Schiaccianoci, una fiaba natalizia:

Mi rivolgo direttamente a te, inclito lettore o ascoltatore, e ti prego di riportare agli occhi della tua memoria
l’ultimo tavolo natalizio pieno di bei doni dai colori variopinti che tu riesca a ricordare…[1]

Esistono storie, tipiche del periodo natalizio, che tutti conoscono e che tutti, bene o male, per un motivo o per l’altro, portano nel cuore. Ciascuno la sua. Quella che vorremmo prendere in esame quest’anno (clicca qui per conoscere il racconto del 2020) è forse una delle più famose, mutuata e portata alla ribalta prevalentemente dal mondo della danza.

Lo Schiaccianoci.

Un piccolo invito, prima di iniziare:

La storia si svolge in giorni molto simili a questi. Per essere più precisi: proprio alla vigilia di Natale. E riguarda una fantasia che, almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo vissuto (e che il mondo del cinema, spesso, ha rappresentato in varie pellicole). I giocattoli che si animano. Pupazzi, cioè, bambole, soldatini, dinosauri, peluche…che, dotati di anima, coinvolgono improvvisamente nei propri misteri, nelle proprie vite, dando origine ad avventure inimmaginabili al di là della fantasia tipica dei bambini.

È proprio a quella fantasia, infatti, che vi invitiamo, pertanto, a fare appello, chiedendovi, almeno per la durata di questa lettura, di mettere da parte tutti i razionalismi, le sovrastrutture, le ansie e le preoccupazioni dell’essere adulti, per provare a richiamare alla memoria il calore, le luci, la bellezza tipica della trepidante attesa della notte Natale. E, se vi va, lasciatevi un po’ cullare anche dalla musica.

Entriamo nella fiaba dello Schiaccianoci.
Immaginiamo:

Immaginate, dunque, di spalancare le porte di un grande salone in stile ottocentesco. La stanza che vi si para dinnanzi agli occhi è riccamente decorata, impreziosita di quadri e candele. Un grande camino al centro, con un bel fuoco acceso. E, accanto a esso, un imponente albero di Natale vecchio stile, che, surriscaldato appena, con le sue pigne dorate e le sue palline e spirali di vetro, emana tutt’intorno un lieve odore di resina.

C’è gente in questa stanza. Ciascuno elegantemente racchiuso in un sontuoso abito da festa. Le donne con i capelli raccolti e i gioielli che scintillano alle orecchie e ai colli sottili. Gli uomini abbottonati in giacche di damasco scuro. Fazzoletti di seta al collo. E gilet che s’intravedono appena a spezzare la monocromia generale, brillando in oro, argento, rosso, verde, giallo o blu, a seconda del gusto personale.

I più giovani e i bambini sono, naturalmente, ammassati tutti intorno ai regali, sotto l’albero. Ma, pur guardandoli incuriositi, non osano ancora chiedere di poterli aprire. Si limitano a spintonarsi. A tirare a indovinare. A cercare di comprendere a chi spetterà la scatola più grossa o quella più piccola.

Doni:

Poi, un leggero alito di vento. Una porta si apre ed ecco che nella scena compare un uomo un po’ bizzarro, vestito in modo piuttosto appariscente e con una benda all’occhio. Ha altri doni con sé, e si dirige direttamente verso i loro destinatari. Conosciamo così il padrino Drosselmeier, la piccola Clara e suo fratello Fritz. A loro spetta cominciare ad aprire i pacchetti.  

A catturare l’attenzione, in particolare, è il dono della bambina.

…un eccellente ometto, che se ne stava lì sul fondo, tranquillo e modesto, proprio come se stesse aspettando il suo momento. Sulla sua corporatura ci sarebbe stato molto da obiettare perché, a parte il fatto che le gambette sottili non erano proporzionate al tronco piuttosto alto e robusto, anche la testa appariva eccessivamente grande…[2]

Uno schiaccianoci.

Lo Schiaccianoci:

Clara è entusiasta e subito inizia a giocare con il suo nuovo regalo, schiacciando noci e condividendole con il fratello. Fritz, però, è più in aria di sfida. Vuole capire quanto sia forte il giocattolo. E gl’infila in bocca frutti sempre più grandi, sempre di più, finché all’improvviso, lo schiaccianoci si rompe.

Addolorata, Clara cerca, allora, di prendersene cura e, terminata la festa, ripone l’ometto malandato in un posto speciale dove, spera, potrà riprendersi dalle proprie ferite.

Quindi, stanca a sua volta, si addormenta.

La battaglia:

…ed ecco che dietro alle pareti iniziò tutt’intorno un gran rumoreggiare e un fischiare, un sibilare, lo scalpiccio di mille piedini in corsa e migliaia di piccoli puntini luminosi brillavano dalle fessure tra le tavole di legno. Ma non erano puntini luminosi, erano piccoli occhietti scintillanti e Clara si rese conto che erano topi, ovunque occhieggiavano e sbucavano da ogni parte…

La magia ha inizio con una battaglia il cui clamore sembra avere come unico scopo proprio quello di svegliare Clara. E costringerla ad aprire gli occhi su qualcosa che mai si sarebbe aspettata. I suoi giocattoli, guidati dallo Schiaccianoci, sono, infatti, in fervida lotta contro l’esercito del famigerato Re dei Topi, dotato di sette teste e sette corone.

Una realtà? O un sogno?

Sogno o son desto?

Come scrive Kim Ki Duk al termine del film “Ferro 3” (2004), in verità è estremamente difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno. Una citazione, questa, che anche un altro orientale, il mitico maestro Chuang Tzu, sembrò tramandare ai suoi discepoli.

Figlioli, questa notte ho sognato che ero una farfalla: ora io non so se ero allora un uomo che sognava d’essere farfalla,
o se io sono ora una farfalla, che sogna di essere uomo. So che l’una o l’altra risposta sono parimenti logiche.

Eppure ciascuno di noi, almeno una volta, ha fatto esperienza di un sogno consapevole di stare sognando. Così come ciascuno di noi crede e si ritiene perfettamente in grado di riconoscere una fantasia quando ci si trova dinnanzi.

Ma se le cose non stessero esattamente così?

Una testimonianza hillmaniana:

Scrive James Hillman, fondatore della Psicologia Archetipica:

Una volta un mio paziente, un uomo di sessant’anni, scapolo e senza figli, era solo e stava leggendo un libro di psicologia, quando una voce nella stanza gli chiese all’improvviso: “Papà, dove sei stato?”. Per l’uomo, che non aveva figli, il fatto fu assolutamente inquietante: nessuno lo aveva chiamato papà prima di allora…[3]

Si tratta di una storia molto simile a quella narrata nello Schiaccianoci, dove un altro suono (il rumore dei topi) ha lo scopo di richiamare l’attenzione di Clara su un fatto che, altrimenti, forse, avrebbe del tutto ignorato. I giocattoli animati.

Un suono che sveglia, dunque, che attiva, nel caso della protagonista del racconto. O che avrebbe dovuto attivare, come prosegue narrando Hillman in merito al suo paziente.

Lo Schiaccianoci. Risvegliarsi, aprire gli occhi…o non farlo?

Immediatamente cercò di rispondere alla voce con una serie di spiegazioni psicologiche.
Mai una sola volta si domandò seriamente: “Dove sono stato? Che cosa vuole da me questo bambino? Forse l’ho trascurato”.

Così la voce non tornò più e il bambino neppure…[4]

Come a dire che, se Clara non avesse aperto gli occhi, quella notte di Natale, con molta probabilità non avrebbe mai avuto accesso al Regno delle Bambole.

Dunque, cosa è sogno e cosa è reale?

Una domanda strana, in effetti. A tratti inquietante. E inquietante soprattutto perché, se proviamo a riportarla alla nostra esperienza comune, potremmo senz’altro dire, ingenuamente, che è reale tutto ciò che è tangibile e spiegabile. Tutto ciò che, insomma, coinvolge i nostri sensi.

Facciamo un paio di giochi, allora.

Gioco 1:

Osserviamo insieme l’immagine di seguito.

Vediamo tutti due triangoli. Uno capovolto sullo sfondo, con i contorni neri. E uno davanti, con gli angoli sovrapposti a dei cerchietti. La nostra attenzione è interamente accentrata su quest’ultima figura, la quale tuttavia, come ben visibile del resto, non esiste affatto. Tendiamo a vedere qualcosa che non c’è.

Cambiamo esempio, ora.

Gioco 2:

Immaginiamo di camminare, in un bosco, nei pressi di questo albero.

Siamo stanchi, appoggiamo una mano sul tronco e…ZAC! Ecco un bel morso. Non lo avremmo sicuramente fatto se avessimo notato il gigantesco ragno adagiato sulla corteccia. Ma il ragno prima non c’era. Non c’era per i nostri sensi. Per la nostra consapevolezza non era reale.

Lo diventa solo ed esclusivamente accadendo. E allora…

Il reale è ciò che accade:

Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. Direbbero, a questo punto, gli scolastici e direbbe Locke. Niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Nisi ipse intellectus, aggiungerebbe però Leibniz. Eccetto l’intelletto stesso [5].

Il fatto è che la nostra percezione della realtà altro non è se non un’idea della stessa. Un’idea che può attivarsi, certamente, a seguito di una sensazione o grazie a essa. Ma la sensazione stessa non nasce mai dal fuori. No. La sensazione nasce da dentro, come frutto di un movimento psichico che, ripiegando su se stesso (accadere, del resto, dall’accadico qadadu, significa proprio: piegarsi a fondo), improvvisamente sembra acquisire corpo (= una forma), che non solo si rende visibile a se stessa, ma, allo stesso tempo, ci permette di vedere il mondo.

Eidos. Ciò che vedo, ma anche ciò attraverso cui vedo.

Immagine.

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.
Il concetto di immagine nella psicologia archetipica:

Tutto ciò spinge a fare una considerazione fondamentale. Non possiamo vedere nulla, se prima non appare come immagine psichica. Pensiamo al ragno mimetizzato dell’esempio di poco sopra. Non sapendo (e non immaginando nemmeno) della sua presenza, per il camminatore stanco non esisteva. Finché, appoggiandoglisi accanto, non è stato morso. Sono le nostre immagini interne (in un certo cosa: ciò che ci aspettiamo di vedere), dunque, che ci predispongono a scorgere ciò che c’è. L’essere psichico, infatti, è l’unica categoria diretta di cui possiamo avere conoscenza. Perciò, come scrive Hillman nel suo testo sulla Re-visione della psicologia (1983):

In principio è l’immaginePrima viene l’immagine e poi la percezione; prima la fantasia e poi la realtà…L’uomo è in primo luogo un artefice di immagini e la nostra sostanza psichica è formata da immagini; il nostro essere è un essere immaginale, un’esistenza nell’immaginazione. Siamo davvero fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni [6]

Tra sogno e realtà:

Ecco dunque che la linea netta nel confine tra realtà e immaginazione inizia a sfumare in qualcosa di apparentemente inaspettato. E la realtà finisce col diventare una costruzione psichica, esattamente come una fantasia o un sogno. E una costruzione che parla, per l’appunto, non solo di ciò che vediamo (o non vediamo), ma anche di ciò attraverso cui vediamo. In altre parole: noi stessi. Come a dire che tendiamo a leggere e a conoscere il mondo non per come esso è realmente, ma per come siamo fatti noi in prima persona.

Pensiamoci:

Proviamo a pensarci, del resto non è poi così diverso dal portare delle lenti a contatto o degli occhiali con un filtro colorato. Solo che, in questo caso, il meccanismo è reversibile. Non è, infatti, la sola lente a dire di che tonalità può apparirci ciò che osserviamo. Ma il modo in cui osserviamo (il colore che attribuiamo al mondo) ci suggerisce il tipo di lente che stiamo indossando. Quale punto di vista stiamo, cioè, adottando nel relazionarci con l’esterno.

Una conoscenza biunivoca:

Si viene così a creare una sorta di dialogo in cui interno ed esterno sembrano confrontarsi come dai due differenti lati di uno stesso, ricchissimo, specchio. E un dialogo che, giocoforza, porta alla costruzione di una conoscenza che potremmo tranquillamente definire biunivoca. Che volge allo stesso tempo al mondo di fuori, con tutte le teorie e le idee che possiamo costruirci su di esso. E al mondo di dentro, con tutti i pensieri e le credenze che possiamo avere su di noi, in prima persona.

Un meccanismo, questo, che induce a pensare, di conseguenza, che, per conoscere davvero noi stessi, uno dei mezzi da utilizzare è proprio quello di cercare di comprendere le immagini che abbiamo del mondo. Entrando al loro interno, per scorgervi quanto di più intimo e più profondo vi si cela.

Diventiamo simili a ciò che vediamo…[7]

Lo Schiaccianoci. Una lettura simbolica della fiaba:

È qui, allora, che la riflessione psicologica si ricollega alla fiaba e al simbolo centrale intorno al quale sembra ruotare. La noce. Perché anche questo piccolo, interessate frutto, così come un’immagine psichica, per diventare realmente nutritivo deve essere rotto. Superato nella rigidità del primo sguardo, per poter dare accesso alla parte più tenera, e al cuore di sé.

Ma entriamo ancora di più nel “gheriglio” della questione…e della metafora.

La noce:

Originario delle regioni dell’Asia Occidentale, il noce era definito dai greci come Karya basilica, cioè “noce regale”, in riferimento al mito di Caria, la giovane trasformata in albero da Dioniso. Il suo nome scientifico, tuttavia, è Juglans Regia, ovvero: Ghianda di Giove. Come sapientemente spiega Hillman ne Il codice dell’anima (1996), tale termine non rimanda solo alla ghianda come frutto, ma anche al glande maschile. Due elementi accumunati in molte lingue differenti.

In tedesco Eichel significa sia ghianda sia glande;
in francese, l’una e l’altro si chiamano gland;
in latino abbiamo
glans; in greco balanos; in spagnolo belbta [8]

Siamo di fronte, dunque, a un simbolo che richiama una forte fertilità.

L’immagine e il reale che ac-cadono:

Non è straordinario trovare questa esuberanza di ricchezze verbali stipate dentro la ghianda? E ancora non abbiamo finito, perché la parola greca per indicare il glande e la ghianda, balanos, deriva dal tema del verbo ballo («gettare, lanciare»), come bolise bolos, che indicano ciò che è lasciato cadere o che cade, come la noce dall’albero, o che è gettato o tirato, come i dadi, o anche lanciato in aria, proiettato. Vediamo qui una corrispondenza tra la radice bai-, il lancio o la caduta che possono decidere del nostro caso, e la parola stessa «caso», dal latino casus, cadere.

Abbiamo detto, più indietro in questo articolo, che il reale è ciò che accade. E abbiamo ricondotto l’etimologia di questo termine all’accadico qadadu (= piegarsi). Un’origine linguistica, di fatto, in tutto e per tutto simile a quella di riflettere. Verbo inteso sia come possibilità insita nello specchio di restituire all’esterno un’immagine interna, sia come possibilità di conoscere se stessi, compiendo un’azione, per l’appunto, di ripiegamento. Riflessione, in effetti, deriva dal latino reflexio, che significa proprio: ripiegare su di sé.

L’immagine archetipica:

Ecco, dunque, un’affinità tra la noce e l’immagine, come frutto di un movimento energetico che, ritornando su se stesso, crea una forma visibile. In entrambi i casi, l’origine ha a che fare con l’ac-cadere. Cioè con un cadere verso se stessi che, come la noce in sé indica, può avere un alto valore nutritivo se si riesce a rompere la forma (cioè il guscio) che la contiene.

L’essenza dell’immagine, infatti, come l’essenza della noce (il gheriglio) non è visibile all’esterno, attraverso la forma che assume, ma è ciò che sta dietro. E dentro, come ben spiega Hillman nel libro postumo L’ultima immagine (2021):

Ciò che importa veramente è ciò che sta dietro e che non è visibile. Non visibile attraverso gli occhi…[9]
C’è un’immagine più profonda dell’immagine visibile. Che sotto, anzi no, non sotto, dentro, all’interno di ciò che è in mostra, della rappresentazione dell’immagine, c’è l’immagine invisibile…[10] L’immagine più profonda è celata e deve essere immaginata [11].

È l’immagine interiore che crea ciò che scorgiamo come entità visibile [12].

Lo Schiaccianoci, fiaba dell’immaginazione: 

Ed ecco dunque che la metafora della storia natalizia di quest’anno, diventa metafora non solo del processo di conoscenza di sé, ma del processo psicoterapeutico archetipico in senso lato. Giacché lo Schiaccianoci, rappresenta proprio lo strumento giusto per penetrare nell’immaginazione dell’anima. E nel gheriglio della nostra psiche. Per potercene nutrire.

Attraverso la sua funzione di rottura delle forme (il guscio della noce), esso infatti, diventa l’emblema della possibilità di penetrare dentro l’immagine visibile per accedere direttamente al suo contenuto più profondo. Stabilendo così quel dialogo intenso tra mondo interno e mondo esterno di cui parlavamo qualche paragrafo fa.

Un dialogo che nasce e si nutre nel sogno (e del sogno). Ma che permane anche nella vita di tutti i giorni, come esito di un contatto con l’anima (= la profondità interiore) che ormai è stato ridestato. Così come accade a Clara all’arrivo del Re dei Topi.

Paragoni tra la fiaba dello Schiaccianoci e la psicoterapia:

Approfondiamo il parallelismo.

L’arrivo dei roditori può esser letto come l’arrivo di un sintomo, che ha come scopo proprio quello di richiamare l’attenzione verso qualcosa che, diversamente, non si sarebbe notato.

La battaglia, come un conflitto, attiva ancora di più. Finché “ciò che rode”, finalmente sconfitto (cioè rotto nella sua forma esteriore – il sintomo – per dare accesso alla vera immagine invisibile che vi si celava dietro), non scompare (il guscio della noce, ormai rotto, non serve più, perché si può comprendere il gheriglio direttamente). Per poi essere restituito dagli strati più profondi della psiche, dove può accadere una trasformazione.

Accesso alla psiche:

Si apre così per Clara nella fiaba, come per il paziente in analisi, la porta di accesso a un nuovo mondo, il Mondo delle Bambole, dove regnano la vastità e la bellezza dell’anima. E che pertanto può essere esplorato a proprio piacimento.

Allenare il paziente a rispondere nel modo giusto alle proprie visioni,
ai propri sogni o alle proprie epifanie, costituisce i tre quarti del lavoro terapeutico [13].

Almeno finché non è tempo di ritornare in superficie…al mondo concreto della vita diurna.

E allora…

Lo Schiaccianoci. Pas a deux nella stanza d’analisi:

Torniamo a teatro. E risolleviamo il sipario sul finale del nostro balletto.

Il suono cristallino e i rapidissimi arpeggi di una celesta si dipanano sul pizzicato degli archi e ci accompagnano verso una delle scene più iconiche. La Fata Cofanetto (corrispettivo di una Clara del tutto appartenente al Mondo delle Bambole) e il Principe danzano intorno a noi. Li vediamo, li sfioriamo, li sentiamo. E, mentre restiamo incantati da una così agile melodia, proprio in quell’esatto momento, compare una slitta per riportare la Clara bambina al proprio mondo diurno. Alla propria realtà.

Noi viviamo anche nei nostri sogni, non viviamo soltanto durante il giorno.
Talvolta compiamo in sogno le nostre maggiori imprese [14].

Ma di quale realtà stiamo di nuovo parlando?

Unus Mundus…

Secondo la teoria ficiniana l’universo è un mondo unico. Un unus mundus il cui corpo altro non è se non il riflesso di un’anima cosmica che in esso (e tramite esso) si manifesta a sé. Creandosi e conoscendosi, così come afferma Galimberti, nel movimentato dialogo tra interiorizzazione ed esteriorizzazione.

È a questo mondo riflesso che Clara, allora, si sveglia, pur continuando il suo sogno, dopo la magnifica esperienza vissuta durante la notte di Natale. Un mondo in cui è possibile riconoscere il ruolo intrinseco delle immagini interiori (quelle che ci riconducono direttamente al cuore dell’anima) come creatrici della realtà visibile. Immagini che suscitano dubbi, che inducono riflessioni. E che, diversamente da quelle che siamo soliti considerare ingenuamente, e di cui spesso e volentieri siamo bombardati dai media, vanno ben oltre l’apparenza. Penetrando direttamente nella trama più profonda di cui tutto è intessuto. E di cui noi stessi siamo costituiti.

Schiaccianoci. Frantumare il concreto per accedere alla realtà immaginale:

Come una noce, infatti, il nostro essere è un “essere a strati”: creato impastando insieme carne (mallo), ossa (guscio) e anima (gheriglio). E, così come noi, è il mondo che ci circonda. Manifestazione di un’essenza profonda che, ripiegando su se stessa in un movimento senza fine, assume varie forme. Tante per quanti sono i contenuti insiti dentro di lei. Qualsiasi facies, qualsiasi volto o contorno assuma allora quest’essenza, non è altro che un guscio di una noce che, liberato dal mallo, deve esser frantumato o sciolto (analisi, significa per l’appunto sciogliere) per dare accesso alla sostanza vera che, nella propria dinamica (= da dynamis: potenza, potenzialità), l’ha prodotta.

Di fronte a queste immagini, occorre dunque andare oltre a ciò che il pittore surrealista Duchamp definiva come fremitio retinale. Ovvero, al di là di ciò che semplicemente appare, per spingerci a porci una nuova domanda. Che cosa intendono questi contenuti? Con quale scopo giungono a manifestarsi alla mia coscienza? Invitandoci, come direbbe Heidegger, a non segue il Man, ovvero la superficialità, ma a lasciarci sedurre dall’anima. E dalla sua realtà immaginale.

Lo Schiaccianoci. Penetrare nell’immaginazione:

Come fanno i bambini quando giocano e fantasticano che la propria bambola sia viva. O che la scopa che cavalcano sia un vero destriero da corsa. Andando dietro ciò che appare evidente esteriormente.

Continuiamo a pensare che l’immagine sia quella che vediamo. Non capiamo che vediamo per mezzo (grassetto nostro) delle immagini. È così che comprendiamo il mondo. Vediamo una forma o anche qualcosa di più profondo o che in qualche modo ci tocca, ma se il fenomeno non passa attraverso l’immaginazione, non è immaginato (grassetto nostro), non ha significato: ci scavalca, ci sfugge [15].

Conclusioni:

È questo, dunque, il messaggio che vogliamo lasciare per questo Natale. Non badate alle apparenze e cogliete l’occasione per andare oltre di esse. Poiché là, al di sotto e al di dentro di ciò che sembra manifestarsi, c’è qualcosa che parla di voi e parla con voi di voi stessi. Che sia un sintomo, una fantasia o qualcosa che notate nel mondo concreto, se vi colpisce vi appartiene. E giunge a voi per “risvegliarvi”, invitandovi ad aprire gli occhi su un messaggio nascosto.

Tutto ciò che ci giunge è un dono, anche se all’inizio potrebbe non apparire tale. Basta imparare a leggerlo procedendo oltre il guscio che lo riveste. Perché, ricordate: in fondo anche una noce sembra dura se vista dal di fuori.

Basta uno Schiacchianoci per imparare conoscerci.

 

Buon Natale!
Dott.ssa Michela Bianconi, Dott.ssa Valentina Marra e Dott.ssa Angela Paris

 

Bibliografia:

[1] Ernst T.A. Hoffman (1816): Lo schiaccianoci. Un racconto di Natale.
[2] Ibidem
[3] J. Hillman: Intervista su amore, anima e psiche, a cura di Marina Beer, Laterza (1983).
[4] Ibidem
[5] M. Bianconi (2020): Il poeta è un ladro di fuoco. La base poetica della psiche. Pubblicazione indipendente. ISBN-13: 979-8693958265
[6] J. Hillman (1975): Re-visione della Psicologia, Milano, Adelphi, 1983. Quarta edizione, 2008.
[7] Ibidem, pag. 127.
[8] Idem
[9] J. Hillman e S. Ronchey (2021): L’ultima immagine, Milano, Rizzoli, 2021, pag. 98.
[10] Ibidem, pag. 123.
[11] Ibidem, pag. 119.
[12] Cfr. ibidem, pag. 95.
[13] J. Hillman: Intervista su amore, anima e psiche, a cura di Marina Beer, Laterza (1983).
[14] Jung C.G., Il libro rosso, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
[15] J. Hillman e S. Ronchey (2021): L’ultima immagine, Milano, Rizzoli, 2021, pag. 107

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