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CIBO: IO ME TE MAGNO, TI DISTRUGGO!

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Maccarone, m’hai provocato? E io ti distruggo, adesso. Io me te magno!”.

(Alberto Sordi _ Un americano a Roma)

 

Cibo: prima una piccola premessa…

Quello che pubblichiamo oggi, per la nostra rubrica “Mille e una psiche”, è un articolo scritto in una maniera molto semplificata per aiutare i nostri lettori non specialisti a comprendere come potrebbero esser letti e analizzati alcuni funzionamenti alla base del nostro rapporto con il cibo. Si tratta, per lo più, di meccanismi assolutamente comuni, che non hanno nulla a che vedere con il “patologico” nel senso medico del termine. Ma che potrebbero diventarlo, se iniziassero ad assumere un ruolo piuttosto centrale nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti, fino a instaurare dei veri e propri disturbi alimentari, come la bulimia nervosa o il disturbo da alimentazione incontrollata.

Mangia che ti passa!

Alzi la mano, dunque, chi, almeno una volta nella vita, non ha fatto ricorso al cibo per lenire rabbia, tensione o, semplicemente, per noia! Scommettiamo che, se non altro durante il lockdown del marzo-maggio 2020, il famoso rimedio della nonna “mangia che ti passa” sia stato ben più che sulla bocca di ciascuno di noi!

Ma perché lo facciamo? Perché mangiamo quando siamo stressati?

Mangio, perché sono stressato:

Il meccanismo è più o meno questo: sei teso, sei arrabbiato, vorresti prendere a testate il mondo fino a ridurlo in poltiglia. Ma non puoi farlo. E allora? Allora apri il frigo, apri la dispensa. Cerchi la prima cosa che ti capita a tiro. Un pacco di biscotti, un sacchetto di patatine, una confezione di gelato, una tavoletta di cioccolato… Non importa cosa sia, l’importante è vederlo sparire. Portarlo a termine, finché non resta
solo l’involucro da buttare. Solo così ti senti placato: quando lo stomaco tira per il troppo cibo ingurgitato. Del resto è così difficile restare
attivi quando si è in digestione! O no? Lo sanno bene le mamme che allattano. Quando il neonato fa i capricci.

Il cibo come tranquillante naturale:

Queste esperienze comuni derivano dal fatto che, in fase di lavoro, gli organi deputati alla digestione tendono ad assorbire una maggiore quantità di ossigeno. Costringendo il corpo, di fatto, a sopire o a rallentare tutte le altre funzioni. Si tratta di un meccanismo molto simile a quello di un lungo filo di luci (tipo quelle dell’albero di Natale), dove una certa quantità costante di energia scorre fluida, illuminando ogni singolo led omogeneamente. Quando mangiamo ed entriamo in digestione è come se, dentro di noi, si accendesse una lampadina che va a risucchiare una maggiore energia, per cui tutto il resto del filo, pur non spegnendosi del tutto, è costretto a rendere la luminosità delle altre un po’ più soffusa.

È così che, dopo un pasto sostanzioso, ci assopiamo. E tutto in noi si placa per dare spazio al processo di scomposizione del cibo. Comprese le emozioni che ci hanno portato a ingurgitarlo.

Anestetico naturale:

Un istinto estremamente semplice, dunque, se ci pensiamo.

Non tanto il cibo in sé e per sé, infatti, quanto piuttosto ciò che ne segue l’assunzione, funziona da “anestetico naturale”. E se sono agitato o arrabbiato, perché allora non ricorrervi per gestire proprio quell’emozione così scomoda, che non posso esprimere diversamente?

Consideriamo l’aggressività, ad esempio.

L’istinto predatorio che ci accomuna a tutti gli altri animali, fa sì che questa emozione si associ a due comportamenti principali: la difesa (di se stessi, del branco o del territorio) e la caccia. Intrecciando così di fatto rabbia, fame e definizione dei propri confini con il nostro personale rapporto con l’Altro. E con il mondo (per una lettura più approfondita su cibo e rapporto con il mondo, clicca qui).

Cibo: metafora di un bisogno più profondo.

Eppure ciò che tutti noi tendiamo a dimenticare, ogni volta che ci accingiamo ad utilizzare il cibo come mezzo per gestire il nostro nervosismo (o la nostra rabbia), è proprio il fatto che questo gesto impulsivo non corrisponde a un vero e proprio bisogno di nutrimento (non abbiamo fame davvero), ma sta lì come emblema di un bisogno molto più profondo. Un bisogno psichico di divorare, triturare, distruggere, che altrimenti non sapremmo come esprimere.

Il sintomo come linguaggio alternativo:

È qui che la psicologia archetipica pone una differenza sostanziale con tutte le altre forme di psicologia. Leggendo il sintomo come una sorta di linguaggio alternativo utilizzato dalla nostra psiche per segnalarci una sua necessità, impossibile da esprimersi diversamente, essa, infatti, gli restituisce lo scopo e il senso per cui è nato (dare sfogo a un’emozione). Permettendo così a tutti noi, ciascuno alla propria maniera, di riconoscere e dare un nome proprio a quella sensazione terribile che prima non sapevamo tollerare.

Sono nervoso (e mangio) perché sono stanco e ho bisogno di tenermi in forze?

Sono nervoso (e mangio) perché c’è qualcosa nella mia vita che mi preoccupa e mi dà ansia?

Oppure mangio perché sono arrabbiato?

Chi ha fame dentro di me? Di cosa ha fame?

Non solo! Andando a fondo nella lettura metaforica del cibo che scegliamo (se ne abbiamo uno d’elezione) o dell’atteggiamento che mettiamo in atto nei suoi confronti (lo trangugiamo velocemente finché non ne resta nemmeno una briciola? lo spizzichiamo continuamente durante tutto l’arco della giornata? oppure perdiamo il controllo e non ci rendiamo conto di ciò che stiamo facendo?) la psicologia archetipica ci permette anche di riconoscere quale parte di noi sta esprimendo questo bisogno. È il nostro bambino interiore che ha fame di coccole e tenerezze? O è il guerriero interno che divora il nemico? Spalancando di fatto le porte a una nuova e particolare
conoscenza di noi stessi. Una conoscenza che ci narra come se fossimo un grande romanzo corale. Ricco di personaggi apparentemente autonomi, ma le cui vicende, intrecciandosi le une alle altre, diventano indispensabili ai fini della trama generale.

Ad ognuno il suo cibo:

In fondo il nostro funzionamento interno non è poi così diverso dal funzionamento biologico. La nostra psiche, infatti, come il corpo, agendo utilizza energia. E ha bisogno di essere nutrita per averne sempre a disposizione. Solo che, esattamente come per i personaggi di un grande romanzo corale, non tutte le sue parti si cibano dello stesso identico alimento!

Il fanciullo, ad esempio, si nutre di fantasie, di giochi e di spensieratezza. Mentre il vecchio ha bisogno di alimenti morbidi, caldi e accoglienti. La madre si nutre nel dare nutrimento agli altri. Il padre nel dare regole. Il guerriero, invece, trae energia dal mettere confini e dal muovere in guerra contro coloro che non li rispettano. L’amante, infine, si rigenera nel dare e ricevere amore.

Insomma, ognuno ha i suoi gusti e le sue necessità!

Spostamenti alimentari…

È così che diventa possibile leggere alcuni nostri atteggiamenti verso il cibo (o verso alcuni cibi in particolare) come una sorta di spostamento. Un soddisfacimento esterno, ma mascherato, dell’insoddisfazione di qualcuno di questi personaggi interni. Come se, non vedendosi visto e nutrito dentro, non restasse loro altro modo per nutrirsi che manifestarsi necessariamente fuori. Concretizzandosi e letteralizzandosi in una forma tangibile e visibile. Proprio quella del nostro comportamento! Quasi che noi, osservandoci nell’atto stesso del mangiare, possiamo esser spinti a riflettere su ciò che stiamo facendo. E comprendere così lo scopo e il senso interiore nella nostra azione.

Indovina chi viene a cena?

Certo, se poi riuscissimo, attraverso questa riflessione, anche a capire chi ha bisogno di nutrimento e di che cosa ha bisogno in particolare, potremmo imparare, con il tempo, a servire agli ospiti del nostro meraviglioso romanzo interiore le pietanze più idonee al compito che sono chiamati a portare a termine. Senza scontentare nessuno. Così che, alla fine, radunati in un grande banchetto, ciascuno di loro, piuttosto che litigare per accaparrarsi la pietanza migliore o più nutriente, possa finalmente sedersi accanto all’altro e danzare, in armonia. 

 

Dott.ssa Michela Bianconi e Dott.ssa Angela Paris

 

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