La fiera convertita in ospedale, da Hermes a Saturno

La fiera convertita in ospedale, da Hermes a Saturno

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La fiera di Milano diventa ospedale

I padiglioni della Fiera di Milano aprono le loro porte ai primi pazienti affetti da Coronavirus.

Come Guido Bertolaso aveva anticipato nella conferenza in cui si annunciava tale mirabolante conversione, non si tratta di un lazzaretto dove far morire la gente ma di un vero grande centro di cura dotato di tutte le apparecchiature diagnostiche e di cura.

Una trasformazione straordinaria se ci pensiamo.

Una conversione che, in uno modo o nell’altro, diviene l’emblema di questo drammatico periodo.

Come?

La fiera

Partiamo da una lettura etimologica della parola “fiera”, facendo riferimento a ciò che di essa ci dice il dizionario Treccani.

Fiera, dall’etimologia tardo latina feria, da cui feriale: giorno festivo, vacanza, un (e qui cito) convegno abituale di venditori e compratori, che si distingue dal mercato per la sua maggior durata e per lo sviluppo che vi ha il commercio all’ingrosso.

Quello che, se volessimo compiere un’amplificazione mitologica, potremmo allora additare come il regno di Hermes.

Mercurio: la vivace divinità greca (e romana: non a caso Mercurio viene spesso identificato anche come “argento vivo”), ricordato anche come dio del commercio e della comunicazione (oltre che protettore di ladri e dei truffatori).

Una divinità in perenne movimento, in grado di mettere in contatto tra loro divinità olimpiche e divinità infere, divinità olimpiche e umani, umani e divinità infere, un contatto quest’ultimo, permesso anche dalla sua meravigliosa attività di psicopompo, cioè di guida.

Insomma un dio che facilmente possiamo identificare con la nostra frenetica vita prima del coronavirus. Inafferrabile e liquido, perennemente sfuggente. Del resto egli era anche colui che veniva raffigurato con le ali ai piedi!

Ma non solo!

La fiera, giorno festivo, vacanza

Torniamo dunque all’etimologia della parola fiera: giorno festivo, vacanza.

Vacanza risale al termine vacare, alla radice vac– che richiama a vacuo, vuoto.

Troviamo così altre caratteristiche di Hermes: da un lato il fatto che egli fosse un dio che travalicava i vuoti, colui che riempiva gli spazi, superando ogni confine e creando collegamenti laddove la distanza s’imponeva.

Dall’altro, il fatto che egli fosse anche colui che dal vuoto sapeva creare, forse proprio in virtù dei suoi slanci aerei che gli consentivano di vedere qualsiasi cosa facilmente da un’altra prospettiva.

Creatività che ci viene annoverata quasi per prima tra le sue virtù, quando, già nel mito della sua nascita viene evocato l’episodio della creazione della prima lira a partire dal guscio vuoto di una tartaruga.

Una matrice creativa che non solo parla dell’arte di arrangiarsi (arte tipica, tra l’altro, di noi italiani) ma anche della possibilità di imparare a vedere ciò che sembra inutile e frustrante come un’occasione per dar vita a qualcosa di diverso.

Nel caso del mito: la musica. Nel nostro caso concreto, invece: un centro di cura.

Ed eccoci tornati alla notizia del giorno!

L’ospedale

A quei padiglioni della Fiera convertiti, trasformati, quasi nel proprio esatto opposto: in un ospedale. Ma che cos’è, etimologicamente, un ospedale?

La derivazione latina hospitale, hospitalis ci racconta la storia di un luogo anticamente destinato ai forestieri, principalmente pellegrini, nato per associazionismi con scopi originariamente devozionali.

Un luogo che sarebbe persistito nel calzare i lineamenti mobili dell’Hermes travalicatore di confini e viaggiatori, non fosse stato tuttavia per le successive trasformazioni che lo resero via via sempre più vicino in luogo di cura degli ammalati che conosciamo ora.

Un luogo in cui Hermes non ha più dimora, giacché, come tutti in un modo o nell’altro prima o poi abbiamo avuto modo di sperimentare, obbliga a stare, a fermarsi, sopprimendo tutti quelli che sono gli slanci a muoversi, a spaziare, a scappare.

Per confrontarsi direttamente non solo con quello che ci fa più stare male ma anche con i cambiamenti radicali che da questo possono svilupparsi.

Insomma il sacrificio di Hermes, espropriato dei suoi territori tipici (la fiera) e costretto a bloccarsi, apre le porte ad un’altra divinità: Saturno, colui che sta e che riflette.

Un dio pesante da tollerare, plumbeo e astringente.

Ma che con la sua pesantezza è in grado di creare dei punti fermi, farci riscoprire radici e attribuire importanza a tutto ciò che prima, magari, troppo presi dagli svolazzamenti mercuriali, si tendeva prevalentemente a dare per scontato.

A sottovalutare, forse perché sempre lì, sempre presente e a portata di mano.

Cambiare il punto di vista delle cose

Grazie alla sua capacità di ridurre tutto all’essenziale, Saturno concede l’opportunità di cambiare il punto di vista sulle cose, su noi stessi, sugli altri.

Viverci e sentirci in un modo diverso.

Capovolto, sotto certi punti di vista, ma non necessariamente non arricchente.

Se da un lato Hermes, rivolgendosi estroverso al mondo, ci regala contatti con il concreto (persone, luoghi, oggetti fisici), Saturno, rivolgendosi introverso a se stesso, asciuga il nostro essere da tutto ciò che è inutile.

Riduce all’osso, e ci arricchisce di ciò che è davvero importante, facendolo emergere dallo strato di grasso in cui lo avevamo nascosto.

Ecco come la costruzione di questo nuovo ospedale a partire dai padiglioni della grande fiera di Milano costituisce in qualche modo l’emblema del periodo e della situazione stressante che stiamo vivendo.

La caduta dell’eroe

Così come emblematico è anche il caso dell’uomo simbolo di questa trasformazione.

Lo stesso Bertolaso che, colpito dal Covid19, ha dovuto sperimentare e subire sulla propria pelle quella che potremmo definire come la caduta dell’eroe.

L’arrendersi dinnanzi all’imposizione di fermarsi. 

Il tempo di Hermes, di rivolgersi estroversi al mondo, ha ceduto e cede passo al tempo di Saturno, decisamente più faticoso e meno divertente, ma sicuramente utile.

Del resto: ogni trasformazione non può che iniziare dall’interno.

“Atto d’amore è accogliere in noi la nostra parte più ferita e fragile, accorgerci che dobbiamo amare l’ultimo degli uomini perché arriva il terribile momento in cui ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini siamo noi”

_ C.G. Jung

 

Angela Paris, Michela Bianconi

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