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Ho sognato un’ape…che significa?

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Ho sognato un’ape…

Per fare un prato occorrono un trifoglio e un’ape,
un trifoglio e un’ape,
e immaginazione.
L’immaginazione da sola basterà,
se le api sono poche.

(Emily Dickinson)

Dal sogno di un uomo, raccontato da James Hillman (1982):

Un’ape è posata sul mio sacco a pelo arrotolato, e comincio a scacciarla.
Continua, però, a ronzarmi intorno e vedo che ha sulle zampe piccole sacche piene di miele[1].

Sognare animali non è poi così infrequente. Chi sono, però? si chiede il padre della Psicologia Archetipica nel testo che dedica alla loro presenza nella nostra vita onirica. Cosa fanno con noi, e noi con loro, nell’intimità più profonda che ci sia, nei sogni?[2].

Per rispondere, occorre anzitutto considerare un aspetto fondamentale.

Il lavoro con il sogno:

In quanto appartenenti alla nostra realtà onirica, gli animali che compaiono nei nostri sogni (così come le persone) non fanno riferimento diretto a membri della nostra realtà concreta (diurna). Ma sono parti di noi. Immagini della nostra psiche, che da essa originano e di essa parlano.

L’immagine avanza una rivendicazione morale ed esige una risposta. È una ‛presenza emotiva’ (v. Armstrong, 1971) che offre un rapporto emotivo. Essa sembra portatrice di una preconoscenza anteriore (informazione codificata) e di una guida istintiva per il nostro destino, quasi fosse profetica, prognostica. Le immagini nei sogni ‟sono ben disposte verso di noi, ci spalleggiano e ci sospingono, ci comprendono più a fondo di quanto noi comprendiamo noi stessi, dilatano la nostra sensualità e il nostro spirito, preparano continuamente cose nuove da offrirci – e questo sentimento di essere amati dalle immagini […] possiamo chiamarlo ‛amore immaginale’ (v. Hillman, The dream and the Underworld, 1979, p. 196)[3].

Il lavoro con le immagini:

Come spiega bene Hillman, ogni immagine si presenta sempre densa di significato. Questo, però, non viene dato semplicemente come rivelazione, ma va costruito mediante il ‛lavoro con l’immagine’ e il lavoro col sogno (v. Hillman, Psychotherapy’s…, 1977 e The dream…, 1979)[4]. Penetrando psicologicamente in ciò che viene realmente presentato (nella forma), per recuperare l’anima che in essa si cela. Attraverso un discorso metaforico.

Con il sogno dobbiamo sottoporci a un metodo di lavoro laborioso e lento, che frustri il nostro desiderio ermeneutico, per ascoltare l’immagine. Un sogno porta con sé un’urgenza terribile di comprensione. Vogliamo che i sogni vengano decifrati nei loro significati, ma il sogno, come l’animale che appare in esso, è un fenomeno vivente: continua a manifestare se stesso, puntando oltre se stesso verso un’interiorità sempre più profonda, a patto che riusciamo a frenare il nostro desiderio ermeneutico lasciando che l’immagine si elabori[5].

Il fare anima:

Si tratta del cosiddetto processo del fare anima, il cui scopo consiste proprio nella realizzazione delle immagini, poiché esse sono la psiche. E non semplicemente la realizzazione del soggetto umano. Come ha detto Corbin, infatti: ‟si tratta della loro individuazione, non della nostra”, suggerendo che il ‛fare anima’ può essere definito…come l’individuazione della realtà immaginale[6].

Il ‛fare anima viene anche descritto come un vedere in termini figurati (imaging), ossia un vedere o un udire mediante un’immaginare (imagining), che vede in trasparenza un evento sino alla sua immagine. Vedere in termini figurati significa liberare gli eventi da una comprensione letterale trasferendoli in una dimensione mitica. Il ‛fare anima’ è quindi equiparato alla ‛deletteralizzazione’: quell’atteggiamento psicologico che respinge con diffidenza il livello ingenuo e ‛dato’ degli eventi per andare in cerca degli umbratili, metaforici significati ch’essi hanno per l’anima.

Ho sognato un’ape…che cosa significa?

La domanda del fare anima che potremmo chiederci, allora, in questo articolo, è la seguente. Che cosa sommuove, dentro di me, l’animale che ho sognato? Cercando di rispondere, di nuovo, con riferimento a James Hillman (1982).  

Non soltanto ognuno di noi è un microcosmo che incorpora gli animali,
un’arca di Noè, ma gli animali hanno anche una loro funzione dentro di noi[7].

E riconducendo questa funzione a un discorso tenuto da Adolf Portman a Eranos, ben prima che Presenze Animali fosse effettivamente scritto. Un discorso durante il quale l’autore affermò che l’ostensione di ogni animale è la fantasia che egli ha di se stesso, la sua auto-immagine come evento estetico, priva di qualsiasi funzione[8]. Detto in altre parole: la manifestazione stessa di un animale è il suo stesso significato immaginale. Per cui, se vogliamo conoscere che cosa vogliono da noi le api che abbiamo sognato, è proprio al loro essere api che dobbiamo far riferimento. Senza perderci nella ricerca di eventuali altre interpretazioni.

Ho sognato un’ape: analisi del sogno.

Del resto, è questo ciò che s’intende per “analisi del sogno”. Dal greco lysis, sciogliere. Penetrare nella forma (manifestazione) con cui si presenta l’immagine, per comprendere il significato psichico profondo. E, allora, andiamo all’ape in quanto ape.
Scrivono, a tal proposito, Ronnberg e Martin (2010):

La produzione del miele è un’attività di creazione, un “processo alchemico di riscaldamento” che ha inizio a un certo punto dell’interazione tra Sole e fiore, quando si formano il nettare e il polline, e viene portato avanti dalle api, che raccolgono, mangiano, digeriscono e me­tabolizzano il nettare e lo solidificano con il battito delle ali fino alla completa consumazione[9].

Questa descrizione fa dell’ape l’emblema di un’operosità ulteriormente avvalorata anche dal calcolo del numero dei voli richiesti, tra fiori e alveare, per produrre mezzo chilo di miele. Circa 25.000. Un numero inverosimilmente alto!

Le api: la Regina.

Ma entriamo ancora più nel dettaglio della vita di questi speciali insetti. Anzitutto, le api sono insetti impollinatori. E la loro vita ruota tutta intorno alla figura dell’ape regina. Unica larva nutrita a suon di pappa reale.

I suoi feromoni aromatici, sparsi attra­verso il contatto con le api operaie, danno all’alverare una precisa identità (Hubbell, 20). Diversi fuchi si ac­coppiano con la regina in volo, e questo segna il loro de­stino: la corrente d’aria apre l’addome del maschio per liberarne l’organo riproduttivo che, una volta entrato nella vulva della regina e dopo aver rilasciato lo sperma, viene abbandonato “a penzolare dalla regina come un trofeo” (Longgood, 117). Nell’unico volo in cui si accop­pia, la regina fa scorta dello sperma che riesce a imma­gazzinare per poi vivere nel buio dell’alveare, assolvendo alla sua unica funzione e deponendo fino a 2000 uova al giorno (ibid, 77)[10].

Le api: le operaie.

Le altre api, invece, le operaie, si occupano della raccolta del polline e della produzione del miele. E sono sterili. Tra le loro mansioni, si trova anche quella della creazione del favo.

Per costruire il favo, le api si riempiono di miele, formano dei lunghi cerchi e, con una sorta di processo di meditazione, trasformano il miele in cera, secernendola dall’addome per fame gruppi di celle esagonali for­mate così ingegnosamente che poco meno di 50 grammi di cera possono contenere quasi due chili di miele: con­tenente e contenuto sono dunque manifestazioni diverse della stessa sostanza (Burroughs, 4)[11].

Ho sognato un’ape…il femminile matriarcale:

Tutto ciò ci permette di affrontare l’analisi di questa immagine, facendo riferimento a un aspetto fondamentale. Il fatto, cioè, che la società tipica in cui sono organizzati questi insetti sia una vera e propria società femminile e matriarcale. Il che ci riporta agli antichi miti, dove spesso il miele (prodotto dalle api) veniva utilizzato proprio secondo modalità estremamene materne. Come nutrimento di alcune divinità (tra le quali possiamo certamente annoverare Zeus e Dioniso) ancora bambine. 

Già nei Veda il miele è esaltato quale principio fecondatore, sorgente di vita e di immortalità, come già il latte…
Il
Cantico dei Cantici fa lo stesso accostamento fra il miele e il latte, in base a un simbolismo analogo[12].

Ho sognato un’ape…il legame con la Grande Madre:

Si tratta di un legame, quello con l’immaginario della Grande Madre, che richiama non solo una visione potenzialmente romantica. Quella cioè del cibo e dell’accoglienza. Ma che richiama anche all’importanza della relazione con la Terra e col il mondo (i fiori) per far sì che, da questo legame, possa esser costruito qualcosa di nuovo. Un prodotto ancora più nutriente di quello che si potrebbe pensare. Come ben illustrato dal poeta Rainer Maria Rilke in una lettera del 1925.

Ho sognato un’ape…Rainer Maria Rilke e il legame con la Terra:

si tratta invece, con coscienza terrena, profondamente, beatamente terrena, di introdurre ciò che qui vediamo e tocchiamo nell’orizzonte più ampio, estremo. Non in un aldilà in cui ombra oscura la terra, bensì in un tutto, nel tutto. La natura, le cose che tocchiamo e usiamo, sono transitorie e caduche; ma, fintanto che siamo qui, sono il nostro possesso e la nostra amicizia, sanno della nostra miseria e gioia, come già furono i confidenti dei nostri avi. Si tratta allora non solo di non diffamare e mortificare le cose terrene, ma, proprio a causa della caducità che dividono con noi, questi fenomeni e cose debbono essere da noi compresi e trasformati con il più intimo intendimento. Trasformati? Sì, perché il nostro compito è quello dì compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi. Noi siamo le api dell’invisibile. Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’Invisibile[13] (grassetto mio).

La Buona Madre Terra. Immaginale e letterale:

Del resto le api funzionano così: partono dal mondo. Dal concretismo e dal reale. Per poi trarne fuori quel nettare succoso che le nutre. E che possono trasformare, quindi, tramite un processo alchemico di riscaldamento, in un alimento estremamente ricco.
Esse, tramite la loro semplice manifestazione, racchiudono in sé il principio della creazione ispirata. Scardinando, così, l’abitudine a immaginare la terra come una madre buona, passiva, che nutre e sostiene. E arrivando a riconoscerne l’idea come un fenomeno complesso, che esige uno sforzo del pensiero e della immaginazione[14]. E questo perché ci spingono a immaginare la terra come elemento metaforico, in grado di immaginare se stessa nelle nostre azioni.
Si tratta, in altri termini, di recuperare, attraverso la fantasia di questi speciali animali, le dimensioni immaginali della terra, vista come quell’idea archetipica capace di nutrire la nostra immaginazione e agevolare il nostro processo di creazione di noi stessi.
Come scriveva Rilke:

Chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna[15].

Ho sognato un’ape…

Ecco, dunque, svelato, il messaggio dell’ape, che giunga ricca di doni, come nel caso del sogno dell’uomo presentato da Hillman, oppure no. L’ape richiama alla nostra capacità di esser creativi. A quell’aspetto femminile dentro di noi che, oltre all’accoglienza e al nutrimento tipici del materno, rimanda alla possibilità di lasciarsi fecondare dal mondo e dalle sue energie, per trarne qualcosa per noi stessi. Trasformandolo e trasformandoci in una continua danza reciproca.

Noi siamo le api dell’invisibile. Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile
per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’Invisibile.

Dott.ssa Michela Bianconi

Bibliografia:

[1] James Hillman (1982), Presenze animali, trad. di Alessandra Serra e David Verzoni, Adelphi, Milano, 2016 , pag. 147.
[2] Ibidem, pag. 13.
[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/psicologia-archetipica_(Enciclopedia-del-Novecento)/
[4] Idem.
[5] James Hillman (1982), Presenze animali, cit., 2016, pag. 34
[6] https://www.treccani.it/enciclopedia/psicologia-archetipica_(Enciclopedia-del-Novecento)/
[7] James Hillman (1982), Presenze animali, cit., 2016, pag. 72.
[8] Ibidem, pag. 91.
[9] A. Ronnberg e K. Martin (2010): Il libro dei simboli. Riflessioni sulle immagini archetipiche, Taschen, Milano, pag. 220.
[10] Idem.
[11] Idem. Grassetto mio.
[12] J. Chevalier e A. Gheerbrant (1969): Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Bur, Rizzoli, Milano, pag. 655.
[13] Rainer Maria Rilke, dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz, 13 novembre 1925.
[14] James Hillman (2002): La buona Madre Terra: immaginale o letterale, in Figure del Mito, 2007, Adelphi, Milano, pagi. 297.
[15] Rainer Maria Rilke (1929), Lettere a un giovane poeta.  

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