Open Day

L’Istituto Atanor offre la possibilità a psicologi e medici abilitati e agli studenti di psicologia e medicina di partecipare, durante tutto l’anno accademico, alle lezioni e a gruppi pratici esperienziali; la partecipazione permette di osservare e valutare l’ordinarietà del week-end di Scuola in prima persona.

Si potranno ricevere informazioni  SUL MODELLO TEORICO DI RIFERIMENTO, SULLE BORSE DI STUDIO e SUL PROGRAMMA DIDATTICO.

Per prenotare la tua partecipazione, richiedi il calendario delle attività all’indirizzo e-mail atanor.psicoterapia@gmail.com.

Psicologia dello sviluppo e arteterapia

“Guardate, siamo qui” (Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore).

La psiche è fatta di immagini. Ogni dato, interno o esterno, ogni percezione, ogni comportamento, ogni pensiero o emozione, non può che venire organizzato in una forma, l’immagine per l’appunto, ed è solo per il tramite di tale forma che noi esistiamo a noi stessi e il mondo esiste a noi. 
Nulla può essere detto, scritto, pensato o fatto, se non assume una forma mediata dalla psiche.
Perciò, seguendo questa idea, ogni manifestazione dell’uomo ci parla di un aspetto di psiche. A partire dai sogni, passando per le idee, le fantasie, i comportamenti o le relazioni, fino ad arrivare ai suoi prodotti artistici. Artigianato, lavoro all’uncinetto, disegni, musica, poesie. Tutto ciò cui la nostra psiche da vita parla di lei. E mostra una sua parte. 
Ecco perché riteniamo fondamentale il ruolo dell’immaginazione, intesa proprio come capacità di creare nuove immagini, poiché attraverso di essa possiamo conoscere noi stessi, divenire consapevoli di ciò che si agita dentro di noi. L’immaginazione, infatti, dà forma ai nostri contenuti interni, permettendoci di poterli osservare sotto forma di immagini. È un po’ come uno specchio. Guarda e vedrai te stesso. Te stesso per come sei ora, qui, in quest’istante, da questa parte. Le immagini ci dicono chi siamo e dove siamo. E, se possiamo registrarle, ricordarle o trascriverle, ci mostrano anche quanta strada abbiamo fatto, da dove siamo partiti e dove siamo arrivati. In altre parole, ci consentono di avere un’idea, pur costituendo sempre degli spaccati di un qui ed ora, di quella che è stata la nostra evoluzione. Il nostro sviluppo psichico. Come tante perle, disposte lungo un unico filo. 
Per questo inseriamo l’arteterapia all’interno della psicologia dello sviluppo. Perché non c’è un momento della vita in cui lo sviluppo si arresta. Noi siamo un continuo divenire. 
E le nostre immagini ce lo testimoniano. 

Basta saperle guardare. 

Non sempre, però, e non tutti, sono in grado di farlo o di definire cosa siano o quale messaggio stiano veicolando le forme che scorgono. Di nominarle. Di vederle.
Ecco a cosa serve l’arte. Con i bambini, per esempio, con persone che presentano disabilità, autismo, o anche con adulti normodotati, che semplicemente presentano difficoltà a rapportarsi con se stessi o rigidità nell’accettazione di sé, l’arte può essere il modo più immediato di permettere alle nostre immagini interne di manifestarsi direttamente all’esterno, in una forma mediata e in contesto sicuro e non giudicante.
E non occorre, certo, essere grandi artisti. E non sempre è la pittura lo strumento più utilizzato. Certe volte basta poco. Un foglio di carta e dello scotch, un filo di lana, elementi della natura.
L’arte consente a chiunque di dare corpo alle proprie immagini e di poterle vedere direttamente di fronte a sé, come prodotto artistico. 

L’arte asseconda l’istinto estetico della psiche, la sua esigenza di automanifestarsi per conoscersi. 

Diagnostica clinica e della personalità:

Le diagnosi cliniche sono importanti perché consentono al medico di orientarsi in qualche modo ma non servono ad aiutare il paziente. Il fatto decisivo è il problema della sua storia perché essa solo mostra lo sfondo umano e l’umana sofferenza…(Jung: Ricordi, Sogni, Riflessioni).
Dal greco διάγνωσις (diágnōsis), la diagnosi è un atto di conoscenza. Una conoscenza attraverso, per mezzo di…ma di cosa esattamente?
Se andiamo indietro nel tempo alla scoperta dell’etimologia del termine immagine, giungeremmo senz’altro alla parola greca εἶδος (eidos), la stessa da cui deriva idea, che sta a significare al medesimo tempo sia ciò che vediamo, sia ciò attraverso cui vediamo. Una sorta di lente o di occhiale che non solo sta ad indicarci chi siamo, ma ce lo mostra attraverso ciò che vediamo, il modo in cui ci costruiamo la nostra immagine del mondo. Ogni immagine prodotta dall’anima ha una sua ragion d’essere, un suo senso, un suo scopo. Serve a qualcosa, risponde a una qualche esigenza interiore. E perciò seguire l’immagine è seguire l’essenza della psiche. Studiare l’immagine è studiare la psiche, conoscere la psiche e il modo in cui essa vede il mondo. 
La nostra psiche, tuttavia, ha una natura potenzialmente infinita e può dunque produrre una quantità potenzialmente infinita di immagini.
A fronte di ciò, la diagnosi risponde, senza dubbio, ad un’esigenza di riordinare queste immagini, magari riconducendole ad una categoria, ad una struttura, o a un principio riconoscibile. Attraverso la diagnosi, infatti, noi nominiamo e conosciamo, ma allo stesso tempo operiamo una coagulazione, l’immagine cioè viene quasi condensata, la sua forma acquista confini solidi, diventa sostanza.
Poiché necessita di conoscere e studiare le immagini del proprio paziente, lo psicologo archetipico non può quindi esimersi dal fare diagnosi, intesa quindi come possibilità di riconoscere e nominare le immagini. Egli deve, però, tuttavia, allo stesso tempo, fare attenzione a non inchiodare l’altro ad un’unica, fissa e stabile manifestazione di sé.
Leggendo i testi di diagnostica clinica, ritroviamo interi capitoli sulle possibili cause dei disturbi, comunque necessariamente sempre parziali e incomplete in quanto frutto di un’operazione riduzionistica. Seguendo uno stile di indagine similmente comprimente, cercheremo allora sempre una causa scatenante, un evento o una serie di eventi, la maggior parte delle volte collocabile nell’infanzia, senza la quale la personalità o il disturbo non sarebbe tale. Ne deriveremmo, però, una storia unilateralizzante, che piuttosto che liberare l’immagine la imprigiona ancora di più, incastrandola in una roccia immutabile.
Per scongiurare questo pericolo lo psicologo archetipico dovrebbe allora abbinare quest’operazione di differenziazione e denominazione ad un’altra operazione, un’operazione che in qualche modo restituisca all’immagine la sua mobilità e capacità di trasformazione. Dovrebbe compiere un’operazione di amplificazione, che le restituisca un nuovo respiro, e che le dia spazio, spezzando il filo che la imprigiona in un’unica limitata manifestazione fenomenologica.
Piuttosto che andare alla ricerca delle cause, quindi, la diagnosi archetipica si rivolge alle immagini. È concentrando, infatti, la nostra attenzione sulla lettura delle nostre immagini, i nostri sogni, le nostre fantasie, come attraverso uno specchio, che potremmo assistere alla trasformazione del nostro racconto personale, del nostro mito, della nostra storia. Osservandola da vicino, infatti, lasciandosi trasportare in profondità da essa, l’immagine si spezza, si apre, si allarga, sembra trasportare in un mondo lontano e inizia a raccontare. Piano piano, una storia emerge dal sottofondo. L’immagine perde la sua fissità di quadro e si trasforma in racconto. E trasformandosi, si apre a nuovi spiragli, a nuovi scenari. Attiva altre immagini. E mette in moto l’immaginazione. 

Insomma fare diagnosi in psicologia archetipica è dare valore e significato alle immagini che si presentano, è dar voce ai racconti che ci animano, permettendo ad essi di situare e descrivere la nostra anima. E permettendo all’anima di conoscere se stessa.

Invece di studiare cause e diagnosi, noi studiamo l’immagine (Hillman, La forza del Carattere).

Terapia di gruppo con la tecnica gestalt-analitica:

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto – Videmus nunc per speculum in enigmate, tunc autem facie ad faciem. (San Paolo)
La terapia di gruppo con la tecnica Gestalt-Analitica è una modalità di imparare a riraccontare la propria storia, ricreando, in un contesto protetto, le condizioni ideali per sperimentare le relazioni in modo nuovo e più funzionale. Nel qui ed ora dell’estemporaneità. 
Essa poggia sull’importanza dell’integrazione delle antinomie che spaccano il nostro essere generando sofferenza, conflitto, rimozioni e negazioni di parti di noi e di dimensioni dell’esistere. In particolare, il grande rimosso su cui la terapia di gruppo con tecnica Gestalt-Analitica lavora è il corpo, ridotto a portavoce di un messaggio psichico convertito in somatizzazione di ripiego.
Si parte dal presupposto che corpo e psiche siano un’unica entità. Il lavoro proposto, di conseguenza, è circolare: a partire dal corpo per arrivare alla psiche e dalla psiche per arrivare al corpo. Solo la via dell’ascolto e del dialogo tra psiche e corpo riconduce all’armonia che dà salute.
Così facendo, anche il senso del sintomo, che non ha né radice né causa, può essere guardato in trasparenza. Ed è a questo punto che l’integrazione con la visione junghiana aggiunge ricchezza e trova nuove soluzioni, allargando lo sfondo di base e creando un orizzonte più ampio e apporta al lavoro terapeutico della gestalt la profondità tipica dell’impostazione analitica. 

Quali anelli di congiunzione tra corpo e mente, ovviamente, grande ruolo in questa terapia è quindi rivestito dalle sensazioni e dalle emozioni, alle quali l’approccio gestaltico cerca sempre di restituire una voce, mirando al benessere degli esseri umani considerati innanzitutto come organismi viventi in quanto nutriti dall’ambiente attraverso l’attività sensoriale. È l’apparato sensoriale, infatti, il primo ad essere sensibilizzato dall’incessante rapporto con l’ambiente (esterno o interno che sia) e a costituire la base di ogni conoscenza (sentire freddo, sete, ecc.). E sono le difficoltà con il mondo che obbligano ad entrare in contatto ed essere consapevoli della lettura degli eventi emotivamente connotata e relata al qui ed ora, al contesto ed alla storia personale e, quindi, soggettiva/relativa.

Grazie all’ausilio di due terapeuti, generalmente un uomo e una donna (a ricordare la coppia genitoriale), i partecipanti al gruppo hanno perciò la possibilità di rivedere se stessi e la propria capacità appresa di stare con gli altri, comprendendo così la discrepanza tra ciò che intendono comunicare e l’effettivo impatto esterno, tra ciò che credono di mostrare (e di essere) e ciò che effettivamente viene recepito dal resto del mondo, giocando sul binomio fra contatto e relazione, come determinanti di un salto evolutivo. È tramite il contatto, infatti, che ciascun membro del gruppo può adattarsi alle situazioni e ai problemi creati esclusivamente ad hoc. Ma è grazie alla relazione che questo semplice adattamento è trasformato in una molecola creativa, atta ad attivare un cambiamento psichico. Ovviamente, il tutto è inserito all’interno dell’estemporaneità. Nel qui ed ora dell’accadimento, poiché solo nel qui e ora è possibile notare lo sfrangiarsi di credenze e realtà e si può apportare una modifica. 

In termini archetipici potremmo allora dire che, attraverso la terapia di gruppo con tecnica Gestal-Analitica, le immagini della nostra personalità possono esser rese visibili, attraverso una manifestazione comportamentale, non solo agli altri, ma attraverso i feedback degli altri, anche a noi stessi, facilitando la riflessione e la consapevolezza. Le immagini più inflazionate e fisse possono essere sciolte, diluite sia dall’azione e dalla presenza degli altri membri del gruppo, sia dal fenomeno della catarsi. Mentre immagini più deboli, fragili, sconosciute, possono essere rinforzate ed elevate a coscienza.

Psicoterapia di gruppo con la tecnica dello psicodramma:

[…] ciascuno di noi — veda — si crede «uno» ma non è vero: è «tanti», signore, «tanti», secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: «uno» con questo, «uno» con quello — diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre «uno per tutti», e sempre «quest’uno» che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero! non è vero! Ce n’accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri atti, per caso sciaguratissimo, restiamo all’improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell’atto, e che dunque un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna, per un’intera esistenza, come se questa fosse assommata tutta in quell’atto! (Pirandello, Sei Personaggi in cerca di autore).

La parola psicodramma deriva da psiche (anima) e dramma (azione). Come metodologia, lo psicodramma analitico è finalizzato allo sviluppo personale, e consente all’individuo di esprimere, attraverso l’atto parlato e il gioco recitato, le diverse dimensioni della sua vita psichica. All’interno del suo cerchio, infatti, gli immaginari danzano gli uni con gli altri, comunicano, si mostrano, interagiscono, portando in scena le varie sfaccettature della psiche individuale e permettendo, così, di sviluppare strumenti e strategie non solo per far fronte al sintomo, ma anche e soprattutto per individuare gli immaginari che ne sono alla radice. Alcuni gridano, altri restano in silenzio, mandando messaggi solo di tanto in tanto, altri ancora attraggono e chiamano in ballo nuovi personaggi. 

Lo psicodramma analitico archetipico è una psicoterapia di gruppo che si propone di favorire nei singoli partecipanti e nel gruppo stesso, inteso come unità complessa di diverse identificazioni, la creazione di uno spazio psichico contenitivo e condiviso. Lo spazio psichico privato viene, infatti, slittato, trasposto all’esterno, su un palcoscenico dove ha la possibilità di esibirsi ed incontrare altri immaginari. 

Vista attraverso quest’ottica, l’incontro con l’altro diventa allora premessa dell’incontro con se stesso, in quanto teatro di specchi di immaginari in cui ciascuno può vedere riflessi i propri contenuti interni. Alla base di questa tecnica, infatti, troviamo il presupposto che nessun soggetto può restare mero spettatore di immagini ed è quindi commosso a partecipare alla drammatizzazione come un personaggio della drammatizzazione stessa. Commosso sì, ma da cosa? 

Dalle immagini, al pari di ciò che accade nei sogni. Come scrive Hillman: Il sogno non è mio, è della psiche. Nel dramma della psiche tutti noi, anche se facciamo parte del pubblico, siamo sulla scena, tutti quanti persone oniriche (Il sogno e il mondo infero).

Dapprima questa capacità di partecipazione si limita alla proiezione. Immaginari interiori vengono perciò estroflessi nel gruppo ed osservati come scene su un palcoscenico. La tendenza è allora quella di osservare, di guardare, godendo lo spettacolo interiore, come si gode la visione di un film. Ciò che si rappresenta sul palcoscenico rimane ancora un processo di sfondo, non tocca l’osservatore in alcun modo: e quanto meno lo tocca, tanto minore sarà l’effetto catartico di questo teatro privato (Hillman, Le storie che curano). Eppure, il pezzo che viene messo sulla scena non vuole essere solo guardato con imparzialità, vuole costringere alla partecipazione. Se lo spettatore capisce che è il suo stesso dramma che si sta rappresentando sul palcoscenico interiore, non può restare indifferente alla trama e al suo scioglimento; si accorgerà, via via che gli attori si succedono e che l’intreccio si complica, che…è l’inconscio che si rivolge a lui e fa sì che queste immagini di fantasia gli appaiano davanti. Si sente perciò costretto o viene incoraggiato a prendere parte alla recita (cit. Le storie che curano). 

Ribadiamolo: le immagini commuovono, e nella doppia accezione del termine: attraverso il movimento, portando il soggetto ad interagire sulla scena e con la scena, e allo stesso tempo sciogliendo la resistenza a calcare il palcoscenico. 

Tutto ciò, ovviamente, ha valore strutturante per la psiche. E, non solo perché le permette di assecondare la sua necessità di conoscere se stessa attraverso le manifestazioni esterne dei propri immaginari, ma anche perché, attraverso l’interiorizzazione dei vari membri del gruppo, ne consente un arricchimento. Essere l’altro dentro di sé nello psicodramma svela, infatti, i volti e le possibilità inaspettate che albergano dentro di noi, suscitando quello sgomento e quella sensazione di meraviglia che si può provare vedendo per la prima volta il mare, con il conseguente desiderio di tuffarcisi dentro. 

A differenza della terapia con tecnica Gestalt-Analitica, nello psicodramma analitico non c’è azione diretta. Gli immaginari non vengo agiti esteriormente, direttamente, attraverso il comportamento. Persino nel gioco, il coinvolgimento del corpo è minimo, consentendo così la liberazione dell’immaginazione. Un’immaginazione liberamente fluttuante è infatti la base principale, pronta a lasciarsi muovere e commuovere dagli immaginari tirati in ballo nel setting, il temenos, termine che ci richiama sia alla separazione dello spazio terapeutico da qualsiasi altro contesto gruppale (dal greco: tagliare), sia alla sua sacralità, intendendo quest’ultima come luogo d’elezione della manifestazione e della comunicazione con gli immaginari. 

Nello psicodramma, insomma, le immagini trovano il luogo attraverso cui esprimersi e nella sua disposizione circolare, tipica del teatro antico, il palcoscenico più adatto poiché, come scrive Hillman, «L’inconscio produce drammi, invenzioni poetiche: è teatro» (Hillman J. 1983, p. 47). 

Supervisione individuale. 

Gli archetipi e il sogno nel setting analitico:

Nell’analisi vera e propria sia il paziente che il medico sono chiamati in causa con la loro intera personalità…Il terapeuta deve continuamente controllarsi, e rendersi conto di come reagisce a confronto con il malato. Poiché non reagiamo solo con la coscienza, dobbiamo chiederci sempre: questa situazione come è vissuta dal mio inconscio? (Jung: Ricordi, sogni, riflessioni).

L’incontro con un paziente e con i suoi immaginari è qualcosa che coinvolge l’intera personalità del terapeuta, il quale è quindi chiamato a sentirsi, conoscersi e riconoscersi nella relazione all’interno del setting. E, se da un lato, tutto ciò può essere in qualche modo facilitato dall’analisi didattica, dall’altro, estremamente importante è che ogni terapeuta dovrebbe essere controllato da una terza persona, sì da rimanere aperto ad un altro punto di vista (Jung, cit.), qualcuno che abbia esperienza e intuizioni e un senso critico penetrante (Jung, cit.): un supervisore che ne monitori non solo la pratica clinica e la capacità tecnica, ma che sappia aiutarlo a riconoscersi nelle modalità di conduzione, nella relazione terapeutica, nei propri aspetti transferali e controtansferali in relazione con il paziente, i suoi immaginari e con i sogni che esso dona nel setting. 

 

 

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